Il percorso attraverso il Sutra della Felicità per i laici offre una guida per la vita quotidiana, riconoscendo la complessità dei numerosi ruoli che un laico ricopre. A differenza del buddhismo tradizionale, che era prevalentemente monastico, dedito alla pratica spirituale e sostenuto dai laici che si recavano al monastero nelle festività lunari per ricevere insegnamenti, a partire dal XX secolo si è riscoperto il diritto e l’aspirazione dei laici a uno sviluppo spirituale pieno. Thich Nhat Hanh è stato cruciale in questo, portando il Dharma nella vita di tutti i giorni e riscoprendo Sutra meno noti, diretti specificamente ai laici. Il Sutra della Felicità, o Mahamangala Sutta, è considerato uno dei Sutra fondamentali della scuola di Plum Village.
Il titolo stesso, “Mangala”, significa “amuleto” o “portafortuna”, indicando ciò che favorisce felicità e benessere. Esiste anche un “Sutra della Disgrazia” come suo corrispettivo, entrambi caratterizzati dall’artificio retorico di una divinità che si presenta al Buddha per porre domande, un modo per sottolineare l’importanza dell’insegnamento. Thich Nhat Hanh, pur conoscendo bene il Pali, la lingua del Canone più antico, traduce i Sutra in modo non letterale, utilizzando immagini che risuonano con la vita dei laici del XXI secolo, rendendo l’insegnamento accessibile e pertinente, un’operazione legittima nella tradizione buddista di adattare il linguaggio al destinatario.
Le prime strofe del Sutra offrono insegnamenti fondamentali. La prima raccomanda di “non accompagnarsi agli stolti, ma vivere in compagnia dei saggi”. Questo non significa escludere persone, ma scegliere consapevolmente a chi dedicare tempo e attenzione, cercando scambi profondi che favoriscano la crescita reciproca. Un’altra condizione è “onorare coloro che ne sono degni”, che non implica umiliazione, ma il riconoscimento della saggezza altrui come ispirazione, un inchino alla parte migliore dell’altro e un desiderio di emulazione, spesso trovabile anche in persone di assoluta semplicità.
Il concetto di “vivere in un ambiente favorevole” va oltre la semplice scelta geografica. Riguarda sia le condizioni esterne (assenza di carestia, guerra) sia l’armonia nelle relazioni familiari e sociali. Significa anche mettere energia e attenzione per rendere l’ambiente in cui si vive favorevole, riconoscendo la propria parte in tale ambiente. Thich Nhat Hanh invita a identificare la propria aspirazione principale e a dedicarsi a essa con consapevolezza.
“Avere piantato semi positivi” è un’altra condizione di felicità. Questo viene reinterpretato come la capacità di prendersi cura dei propri stati mentali, coltivando semi di presenza, calma e gentilezza nella vita quotidiana, che daranno frutti rapidamente. Il buddhismo non propone un’etica moralista, ma un’etica utilitaristica: è “giusto” ciò che non genera sofferenza, sia in noi stessi che negli altri. Perciò, “rendersi conto di essere sul sentiero giusto” – riconoscere i propri progressi verso le aspirazioni e goderne – è la più grande felicità.
Infine, “avere la possibilità di imparare e di crescere” e “acquisire abilità nella professione o nel mestiere” sottolinea l’importanza di un apprendimento profondo che porti a una crescita umana completa, non solo all’accumulo di nozioni. Questo include l’onorare il proprio karma, ovvero svolgere al meglio il proprio lavoro attuale, mettendoci il proprio meglio, al di là della remunerazione. Qui Thich Nhat Hanh connette queste pratiche con i precetti e la “parola amorevole”, sottolineando che non basta parlare bene, ma esprimersi in modo chiaro, sincero e ispiratore, creando un ambiente favorevole e gestendo le relazioni con saggezza. Il Sutra delinea quindi una via per la felicità laica che abbraccia ogni aspetto della vita quotidiana.